Archivio dell'autore: kinetografo

Alla ricerca della perfezione tecnica

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Secondo Jean Renoir, tutte le arti, o almeno le “arti industriali”, sono state grandi all’inizio, e si sono poi avvilite con la perfezione. La ceramica visse finché poteva disporre di cinque, sei colori, è cioè di una tavolozza limitata e di tecniche difficili. Per il cinema è la stessa cosa. Le persone che hanno fatto i primi film italiani o americani o svedesi o tedeschi non erano certo tutti grandi artisti; molti anzi apparivano mediocri. Eppure i loro prodotti erano belli. Perché? Perché, risponde Renoir, la tecnica era difficile, ecco tutto: i registi non avevano a disposizione il colore, il sonoro, lo schermo panoramico, la stereofonia, e dovevano sopperire con il talento a quei mezzi.

Certo la perfezione tecnica cui siamo giunti “addormenta”, impigrisce, di solito, il regista d’oggi; i limiti del cinema muto e il suo fascino permettevano un’audacia singolare, quella del pioniere. Non sembra affatto, tuttavia, che il film sia finito, distrutto dalla bomba dei ritrovati tecnici. Rimangono memorabili, nella storia del film, le idee di Eisenstein sulla forma dello schermo da adottare; questione fondamentale, che implica il problema della composizione visiva.

Eisenstein parte dall’analisi delle composizioni verticali, mettendo in rilievo come esse abbiano avuto una parte importante nello sviluppo dell’uomo. L’uomo, diventato erectus, abbandonò il basso e lo strisciante, indice di spregevole, per dirigere lo sguardo nei cieli, verso Dio, e manifestò la sua aspirazione con archi gotici, guglie e finestre. Nell’era industriale, egli ha creato le tipiche forme dello spirito materialistico coi fumaioli delle fabbriche, i grattacieli, i piloni. D’altra parte, pur essendo il verticale dominante, il fascino dell’orizzontale non è svanito. Le grandi pianure, le sterminate distese delle acque, ancora fanno nascere un senso di nostalgia, portando con sé ricordi di terre lontane, immuni dalla fretta e dalla velocità della vita contemporanea.

Per risolvere il conflitto, Eisenstein proponeva lo schermo quadrato, che trasmette imparzialmente composizioni le quali, per loro natura, sono verticali e orizzontali. Comunque egli fu sempre sensibile ai ritrovati della tecnica, sostenne con vigore e rigore non soltanto il film sonoro ma anche quello stereoscopico, a colori, offrendo sugli argomenti saggi esemplari. Ridere in faccia a questi ritrovati, significava per il grande regista comportarsi nello stesso modo di quei nostri antenati che gettavano manciate di terra contro i primi ombrelli.

La corsa verso ogni nuovo procedimento tecnico è senza dubbio una corsa verso il film attrazione ritenuto necessario per superare una crisi produttiva, un primato ormai perso da anni dal cinema americano, per frenare la concorrenza non solo della televisione ma anche di altre cinematografie più vive e aperte.

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Il direttore della fotografia

Federico Fellini

L’occhio del regista: Fellini alla macchina da presa

Il tipo di operatore che fa girare la manovella della macchina da presa è ormai scomparso da tempo: ha lasciato il posto al tecnico sperimentato, al competente specializzato chiamato “direttore della fotografia”.

Il suo compito è pesante e complesso: basta pensare che egli deve accontentare tutti, dal regista al tappezziere, passando per gli attori, il decoratore e il costumista, ognuno dei quali vuole che il suo lavoro sia valorizzato al massimo.

È passato di moda il termine “fotogenia”, che — pure — era stato definito da alcuni come “la più pura espressione del cinema”. Il problema che si pone al regista e al suo braccio destro, il direttore della fotografia, è quello di rendere fotogenico il soggetto prescelto. A tale scopo, la luce sarà l’elemento fondamentale, lo strumento numero uno che regna sui volti degli attori e sulla scenografia.

L’illuminazione dovrà stabilire il “clima” del film, sia esso tragico, divertente, fantastico. Niente assumerà il suo vero significato, se non in rapporto ad una particolare illuminazione che ne condizioni la funzionalità nello sviluppo dell’azione.

Quando la preparazione del film è ultimata, lo scenario messo a punto, quando gli attori sono scritturati, gli ambienti prescelti e quando l’ordine delle riprese è fissato, non si offende nessuno, né si creda che qui si voglia sottovalutare l’importanza di chicchessia, se diciamo che il lavoro è ora tutto nelle mani del regista e del direttore della fotografia. Per ottenere risultati ideali, questi ultimi devono stabilire fra loro un’amichevole, ed anzi affettuosa, collaborazione.

Da un punto di vista economico, la funzione del direttore della fotografia è del massimo rilievo, poiché da lui dipendono le possibilità di risparmiare sui costi di lavorazione.

È un lavoro appassionante, certo, ma faticoso. E tutti gli sforzi del direttore della fotografia, tutte le sue pene, trovano un conforto la sera della prima: allorché, nel buio della sala, egli può vedere finalmente e ufficialmente nello schermo la “sua” fotografia e può avvertire i moti di consenso suscitati negli spettatori grazie, anche, al suo lavoro.

Cinema Volturno 1922-2014

Cinema Volturno, Roma marzo 2017

Cinema Volturno, Roma marzo 2017 foto @kinetografo

L’inaugurazione del Cinema Volturno

Roma, marzo 1922. Il grandioso cinematografo, di cui avevamo dato notizia da uno dei passati numeri, è stato recentissimamente inaugurato, tra l’ammirazione più schietta di quanti erano stati posti in curiosità dalla sfarzosa réclame. Il Cinema Volturno è realmente il più grande ed il più artisticamente elegante della capitale, e la sua apertura ha costituito un vero successo, perché il pubblico ha vivamente ammirato, oltre il magnifico locale, un grande lavoro d’arte, lodevolissimo sotto ogni aspetto, cioè la Francesca da Rimini della Floreal Film di Roma, interpretato dalla bravissima Mary Bayma Riva e dall’intelligente Bebo Corradi.

11 novembre 2011. Volturno, passato, presente e futuro. Laboratorio Urbano Reworkshow

15 luglio 2014. Sgomberato l’ex cinema Volturno occupato. (Repubblica.it)

Un vero pianoforte

Il grande Jean Renoir aveva otto anni quando, per la prima volta, fu portato a teatro. La commedia si svolgeva — già allora — in un salotto moderno, con mobili “veri”, delle poltrone sontuose, piante, pianoforte. Tutto era autentico in quella rappresentazione.

Il piccolo Renoir non si divertì. Uscì dal teatro triste, stanco, annoiato. I familiari se ne stupirono, lo interrogarono, inquisirono, sorpresi dalla sua mancanza d’entusiasmo. Gli ricordarono, una per una, tutto quanto avrebbe dovuto distrarlo: gli abiti, gli attori, il sipario che si chiude e si apre, la scala, la sala ed il suo splendore, i palchetti dorati, le girandole, le cariatidi, le maschere con i loro berretti, i programmi di sala… Nulla sembrava aver ottenuta la sua approvazione. Nulla pareva averlo attratto. Si volle sapere, comprendere il suo caso. Era forse ammalato all’insaputa dei genitori? Quale misteriosa ragione gli aveva impedito di prendere parte al generale divertimento ed all’approvazione unanime? Che cosa l’aveva fatto soffrire? Gli era stato messo l’abito nuovo che tanto gli piaceva. Le scarpe erano nuove, ma non facevano male. Aveva avuto le caramelle, gli era stato ceduto, ogni volta che l’aveva desiderato, il binocolo di madreperla. La cosa era veramente incomprensibile. Dopo una lunga esitazione, in un singhiozzo, la confessione riuscì, finalmente, a salire dal fondo del petto. Col viso sofferente, disperato, sull’orlo di scoppiare in lacrime, egli disse: « Era un vero pianoforte! »

da un saggio di Louis Jouvet

Il Cinema Teatro Edison di Treviso

Cinema Teatro Edison Treviso

Cinema Teatro Edison di Treviso

Nel centro della città, sull’area di vecchi fabbricati demoliti dalle bombe degli aerei durante la prima guerra mondiale, Cesare Olivieri costruiva nel 1920 il Cinema-Teatro Edison.

“Non vogliamo dilungarci in una descrizione oziosa dello stile architettonico della costruzione, sulla semplice e pur tanto signorile decorazione e sull’arredamento: però notiamo la ottima distribuzione dell’atrio, dello scalone ampio e comodo e delle otto ampie e pratiche uscite di sicurezza sboccanti in vie diverse che permettono il completo sfollamento del locale in pochi minuti.”

La caratteristica dell’Edison è di avere due cinema-teatro sovrapposti: uno coperto e, sopra questo, l’estivo all’aperto. Il teatro estivo “è quanto mai suggestivo e incantevole con la sua volta verde di piante arrampicanti, tempestata da centinaia e centinaia di lampadine micro-mignon multicolori, da una stellare luminosa che decora il centro e dal boccascena irradiato da altre minuscole lampadine rosse”.

Il teatro estivo del Cinema Teatro Edison, Treviso

Il teatro estivo del Cinema Teatro Edison di Treviso

Il locale occupa una superficie di 790 metri quadrati, ed è capace di 700 posti di platea e 300 di galleria, tanto per il coperto che per l’estivo. I palcoscenici dei due teatri misurano una profondità di 6 metri per una larghezza di metri 10 ed hanno una altezza di 8 metri.

La genialità di questo doppio Cinema-Teatro è che le due cabine sono state disposte in modo che in tutte e due i locali viene proiettata la stessa pellicola contemporaneamente:

“Il complesso della cabina superiore (estivo) è quasi sul medesimo asse del complesso della cabina inferiore (coperto). Nel complesso superiore al posto della bobina raccoglitrice è adattato un tamburo dentato, e questo si incamera in una specie di scatola che ha la funzione di raccogliere una certa quantità di pellicola di scorta: la pellicola uscendo da questa scatola viene guidata sino alla cabina inferiore da una conduttura in metallo che attraversando lo scatolone superiore giunge sopra lo sportello del proiettore. La partenza dei due complessi si effettua nel seguente modo: dopo fatta la messa in macchina nei due proiettori si mette in moto il proiettore superiore, e dopo circa 30 secondi l’inferiore: la partenza in ritardo del proiettore inferiore è resa necessaria per accumulare nella scatola una decina di metri di pellicola (scorta).”